28 giu 2008

La casta dei politici - Capitolo 1. L’immunità parlamentare.

L'immunità penale per i parlamentari è stabilita dall'art. 68, comma 2 Cost. che consente di sottoporre ad indagini i parlamentari senza richiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza; arrestare il parlamentare in presenza di una sentenza irrevocabile di condanna; trarre in arresto il parlamentare nel caso in cui sia colto nell'atto di commettere un reato per cui è previsto l'arresto obbligatorio in flagranza. Mentre non è consentito all'autorità giudiziaria senza la preventiva autorizzazione della Camera: sottoporre a perquisizione personale o domiciliare il parlamentare; arrestare o privare della libertà personale il membro del Parlamento ad eccezione di una sentenza irrevocabile o della flagranza; procedere ad intercettazioni delle conversazioni o comunicazioni e a sequestro della corrispondenza.

Ora voi immaginatevi che io sono un parlamentare accusato, dico per dire, di un reato qualunque. Se ho l’abilità di non farmi beccare in flagrante non posso essere arrestato nè essere sottoposto eventualmente a fermo (se ne ricorrano i presupposti), perché devo essere beccato in flagranza di reato e l’arresto dev’essere obbligatorio (o la sentenza deve divenire irrevocabile) solo perché sono parlamentare, anche se poi si dimostrasse che l’accusa è fondata.

Oppure magari immaginate che io parlamentare sono accusato di associazione mafiosa: ebbene non possono mettermi il telefono sotto controllo senza autorizzazione parlamentare, ma se il Parlamento autorizza io so che ho il telefono sotto controllo e a meno che non sia stupido completamente col mafioso non ci parlo al telefono, semmai effettivamente sono in contatto con i mafiosi (ma non si saprà). Stesso discorso per la perquisizione personale o locale a carico dei parlamentari: la perquisizione è un tipico atto a sorpresa, seppur garantito dal fatto che dev’essere motivata dall’Autorità Giudiziaria, e dal fatto che si può avere una persona di fiducia presente. Invece no: se sei parlamentare deve autorizzarti il parlamento, per cui poi tutti i documenti compromettenti, se ne hai, puoi farli sparire.

Il nodo gordiano della questione è che occorre evitare una persecuzione politica da parte dei giudici. Ma checché ne dica Berlusconi, i provvedimenti di restrizione della libertà, anche se contro parlamentari, devono essere motivati, e non certo perché si è di un’idea diversa dalla propria. Quindi non occorrerebbe un controllo preventivo su atti che producono risultati solo se compiuti a sorpresa, ma magari occorrerebbe la sanzione dell’inutilizzabilità degli atti, oltre che la previsione di una aggravante disciplinare nei confronti di chi ha proposto ed autorizzato perquisizioni o intercettazioni a fini persecutori (da dimostrare ovviamente). In altri casi se il PM che richiede l’intercettazione si sbaglia, perché il parlamentare intercettato non ha fatto nulla, stiano tutti tranquilli che in linea di massima non c’è nulla da temere.

Anche in questo caso, si spara a zero contro una categoria, generizzando e mettendo in mezzo persone che fanno bene il proprio dovere, non si propone alcuna alternativa, sarebbe chieder troppo un'alternativa valida (specie se poi si vuol proporre l'immunità per le più alte cariche dello Stato).

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26 giu 2008

La privacy nei processi


Sento la necessità di parlare di privacy, dei processi ed anche dell'informazione, dato che non ho sentito dalla maggior parte della classe politica né dell'informazione obiezioni fondate sul tema (l'unica eccezione Travaglio). 

La maggioranza ed il Governo propongono provvedimenti spacciandoli nell’interesse collettivo, ma così non è. Si propongono provvedimenti pubblicizzati come la panacea di un male collettivo che non c’è, e se c’è non è collettivo ma è assolutamente minoritario. Se non singolo. Preferisco, però, analizzare i vari punti per far capire meglio il discorso che voglio portare avanti.

25 giu 2008

Gli scemi per non andare alla guerra e le manie di protagonismo.

Nella vita possono incontrarsi alcune persone che rientrano nella categoria “Scemi per non andare alla guerra”. Dunque in questa categoria rientrano, intanto, quelle persone completamente acritiche su ogni argomento, che hanno conoscenze superficiali e relative a pochissime materie (su cui fanno argomentazioni discutibili): insomma persone con poche idee ma confuse.

Questo tipo di persone spesso si comportano così per approfittare della gentilezza altrui, e per scrollarsele da dosso ci vuole la mano del Padreterno. Ma non perché siano persone cattive, ma perché, in preda a manie di protagonismo (ebbene sì: spesso si associa anche questa caratteristica) mettono in primo luogo le loro esigenze, e si “dimenticano” le esigenze altrui. Magari per cortesia si tollera, si manda giù qualche boccone amaro per spirito di amicizia o di socialità. Alla fine le persone per bene sono anche tolleranti in genere. Per praticità, per evitare litigi o incomprensioni o magari anche per semplice ingenua disponibilità si tollerano queste dimenticanze. Ma se proprio scoppi e fai notare, in qualunque modo, cortese o meno cortese, che anche tu, povero figlio, hai un problema, un'esigenza o qualunque controcavolo possibile, la risposta è semplicissima, ma assolutamente irritante, e richiama quella della pubblicità del caffé con Gigi Proietti: Se me lo dicevi prima!!! Ormai! Passi pure per scortese che non l’hai fatto notare.

Ma adesso, secondo voi, una volta fatta notare l’esigenza, gli scemi per non andare alla guerra se la ricorderanno?????? NONEEEEE!!! E allora?? E allora nulla. La storia ricomincerà da zero ogni volta, giacché questa categoria di persone avrà sempre un’esigenza pronta, e sarà sempre pronta a farti sentire in colpa, ogni qualvolta non sei a disposizione; e sarà sempre pronta a dirsi disponibile a considerare le esigenze altrui, se gliele fai notare quando ormai tali esigenze non possono essere accontentate ed assecondate. E se per caso si ha la fortuna che il buon Dio passi una mano sulla coscienza di tali soggetti i quali vi assecondano, state tranquilli: nemmeno il buon Dio vi risparmierà il senso di colpa che questi vi faranno avere perché hanno assecondato la vostra esigenza.

E state pur tranquilli che gli scemi per non andare alla guerra, poi, tanto scemi non sono: specie se poi mandano frecciate più o meno dirette per far notare loro come sono bravi e tu come non sei buono proprio. E allora se mandi le frecciate è inutile che fai finta di fare lo scemo per non andare alla guerra perché immagino che si sia consapevoli di cosa si dice in genere.

Le persone oneste intellettualmente (e pratiche soprattutto), non si pongono il problema di comprendere le tue esigenze e le tue problematiche, magari di farti notare una serie di spunti critici, e cercano sempre un punto effettivo di contemperazione delle varie esigenze in gioco.

Altra categoria sono le persone affette da una grave patologia: “le manie di protagonismo”. Ebbene queste persone hanno la capacità di sentirsi, nel bene e nel male, sempre al centro dell’attenzione. Qualunque cosa succeda hanno una parola da dire, assolutamente insindacabile, hanno una caterva di certezze e di principi, vivono di principi, sono bravi e disponibili, sono disposti alle critiche. Ma provate a smontare una convinzione o un ragionamento a soggetti simili. È praticamente impossibile, non per i loro ragionamenti inattaccabili, ma perché da un lato non hanno capacità di argomentazione perché parlano su regole generalissime e preformulate (mettendoci poco di loro e non adeguando delle regole di vita, sempre necessarie, alla realtà). Ma poi, messi alle strette, creano un muro di gomma con su la frase: per me è così poi ognuno la pensi come vuole. Al che, cosa vuoi rispondere? Figuratevi se si trovano le due patologie si trovano in forma associata. Partita persa. Inutile parlare. Non si caverà un ragno dal buco.
Dedicato a tutte le persone che non sono sceme e che fanno gli scemi per non andare alla guerra.

19 giu 2008

Un abbaglio grande quando la Liguria.

Ho sempre avuto una passione per Montale fin dal liceo ed i paesaggi che descrive mi incuriosivano sempre più. Per questo sono rimasto colpito dall'abbaglio ministeriale. Il Ministero dell'Istruzione dovrebbe essere, per il compito che istituzionalmente svolge, esente da questo tipo di cavolate. Quanto meno per essere di esempio. "Ripenso il tuo sorriso ed è per me acqua limpida" (Montale) secondo il Ministero è rivolto ad una donna in realtà è rivolto ad un uomo (molto probabilmente il ballerino Kniaseff, come parrebbe confermare anche Maria Luisa Spaziani, la sua ultima compagna).

Da un lato lo stesso Montale si divertì a far tradurre in molte lingue del mondo, la poesia Nuove stanze prevedendo, giustamente, che alla traduzione in italiano la stessa poesia sarebbe stata irriconoscibile (Eugenio Montale, Poesia travestita, Interlinea), d'altra parte Montale fece pubblicare anonima una poesia, ricevendo un certo tipo di commento, senza contare che non appena la pubblicò a proprio nome i commenti cambiarono di botto. Uno di questi due episodi è tratto da un articolo apparso sull'Unità il 14 novembre 1999 (articolo di Gaetano Capecelatro), l'altro lo ricordo come una curiosità citata dal nostro prof di italiano.

Ebbene questi due episodi dimostrano come l'interpretazione può ben essere diversa da quelle che sono le intenzioni dell'autore (che mi richiama alla mente il concetto di maschera di pirandelliana memoria, anche se in tal caso applicabile ai testi e non alle persone): quindi non è tanto che qualcuno interpreti diversamente da Montale i riferimenti, in un certo senso Montale stesso ci ironizzava su questo tipo di cose, ma il fatto si qualifica come più grave perchè alla maturità non si può nè ironizzare sulla pelle dei ragazzi, nè concedersi interpretazioni diverse da quelle dell'autore (che in questo caso sono note e ben rintracciabili anche se non si è esperti del ministero) specialmente se si pensa che ci sono fior fiori di esperti che hanno lavorato a queste tracce.

In tal caso, quindi, è un abbaglio bello e buono, e sarei ben felice che qualche studente ben preparato li spernacchiasse ben bene nel compito fornendo interpretazioni e riferimenti corretti. Al ministero, poi, faranno bene ad affiggere una megagigantografia di Montale a futura memoria, e magari a valutare un po' di responsabilità di questo bel team di esperti

18 giu 2008

Decadenza della lingua moderna.

La comunicazione e l’informazione sono la base della conoscenza, e la conoscenza è il bene più prezioso che noi possiamo avere. Occorre mettersi, ormai, l’anima in pace: il declino della lingua prosegue inesorabile e non accenna ad arrestarsi. E si tratta di quell'attenzione per il particolare oltre che per la logica e per la simmetria terminologica, che contrastano con la superficialità dirompente dei giorni nostri. Ebbene sì, esiste una logica anche nel linguaggio, una simmetria anche nel parlato e nello scritto.

Tra gli intercalari della vita moderna, tempo fa era il logorio, la prima cosa che m’infastidisce è l’uso assolutamente distorto del piuttosto che. Dunque tale termine serve a comparare due cose: mi piace la carne piuttosto che il pesce. Bene, da qualche anno a questa parte s’è diffusa l’abitudine di usare il piuttosto che come intercalare per un elenco al posto di oppure: ho voglia di mangiare, piuttosto che andare in giro, piuttosto che perder tempo … ecc. E, purtroppo, è qualcosa che ho avuto la disgrazia di sentire ed ascoltare anche da persone di cultura (o presunta tale). Spero solo che sia una moda, e che, in quanto tale, non dispero che cambi come cambia il vento.

Non finisce qui: altro intercalare che si diffonde come il colera è l’utilizzo assolutamente scorretto del dove. Frasi come: è un momento dove …; una situazione dove …; un’occasione dove …. Ebbene mi spiace dire che il dove indica un luogo, mentre così non è per un momento, una situazione od un’occasione. Il momento, la situazione e l’occasione possono essere in cui/nel quale/nei quali/nella quale, non dove.

Non molto diffuso in televisione, ma, forse anche peggio, diffuso in manuali di testo (ed anche un bando di concorso dell’INPS pubblicato in Gazzetta Ufficiale a fine agosto 2007) è il modo di dire, scorrettissimo: requisiti richiesti (e non si trascuri il concorso del Ministero della Pubblica Istruzione che sostiene: “che è richiesto il possesso dei seguenti requisiti …”). Dunque la parola requisito deriva dal latino re-quæro, cioè richiedo e quindi richiesto: il requisito è già richiesto in quanto requisito. Un requisito richiesto in pratica è un richiesto richiesto, che in italiano è una tautologia (cioè la ripetizione dello stesso concetto con parole diverse) che rende inutilmente pomposo il linguaggio.

Concludo questa breve, e sicuramente lacunosa, rassegna di orrori con un orrore di ortografia: qual’è. Dunque, non me ne frega niente se vi sono giornalisti o scrittori che usano l’apostrofo in tal caso. Chi lo fa sbaglia: l’apostrofo indica l’elisione (la caduta) di una lettera. È proprio l’indicazione che dovrebbe esserci una vocale che non c'è. In realtà qual è una parola italiana che è alternativa a quale: in sintesi può dirsi sia qual che quale, e la -e mancante non manca per elisione, ma perché può dirsi anche qual: l’apostrofo è quindi un errore di ortografia. E a nulla valgono le obiezioni che scrittori e giornalisti scrivono tranquillamente così, perchè l'italiano vale anche per loro. Quanto avviene per qual è, avviene per lo stesso procedimento (anche se inverso) per il quale la parola po’ (abbreviazione di poco) dev’essere scritta con l’apostrofo (-co viene eliso, e quindi va segnalato con l’apostrofo), men che mai con l’ accento (che indica l’elevazione della voce su una certa sillaba, come avviene per la metrica per esempio - e si parla di accento tonico - accento che può trovarsi sulla vocale della sillaba tonica, come per esempio l’accento acuto o grave - e si parla, invece, di accento grafico).

14 giu 2008

PASSERELLA

L'università, centro d'incontri e di studio, sta diventando, specialmente alla facoltà di giurisprudenza, una passerella (soprattutto per le ragazze) che sfilano indossando abiti firmati sempre all'ultima moda. Entrando nella sede di Giurisprudenza a Napoli si possono notare svariati, nonchè appariscenti, tipi di abbigliamento delle ragazze, che non esitano a giocare alle piccole donne in carriera.

La cosa più ridicola è vedere come alcune ragazze si atteggiano a volte dai modi e dagli attegiamenti. Ho sentito ragazze che non sanno parlare in italiano in sede di esame che vanno vestite come delle manager.

Ho visto ragazze con borse delle firme più famose e chic (dove a stentono ci entrano le chiavi di casa e il portafogli) portarsi i libri in mano. insomma cose al limite del ridicolo. Non c'è nulla di male a voler apparire: BASTA CHE SIA FATTO CON STILE!!!!!

11 giu 2008

Lecchini, paraculi e la sottile arte della diplomazia.

Non confondiamo: essere diplomatici ed essere lecchini sono due cose completamente diverse. Essere diplomatici è un modo di essere che comporta tante volte il silenzio, quando ci si vorrebbe incavolare e non lo si fa magari per non far dispiacere le persone molto care, il dire le cose con una particolare forma quando si vorrebbe essere molto diretti e franchi (se si è diretti c’è qualcuno che si stranisce e non capisce quasi; se si è diplomatici si scocciano di sentirti perché sei prolisso).

Analoga alla diplomazia è il paraculismo, che comporta un fine lavoro diplomatico con qualche complimento in più per indorare la pillola, specie se occorre effettuare un rilievo critico, o dire una cosa che potrebbe risultare spiacevole.

Essere lecchini, invece, è una cosa spregevole che rende le persone pari ad una nullità assoluta proprio perché queste persone annullano la loro personalità, le loro idee, se ne hanno, le loro critiche. E ciò solo al fine di piacere a qualcun altro per ottenere, in genere, un vantaggio personale e non rendendosi conto che generano, nella persona destinataria di tutte le adulazioni, quasi imbarazzo (laddove ci si trovi dinanzi a persone serie, preparate e qualificate). A me personalmente le persone lecchine generano un sentimento nauseabondo, tanto più se poi i lecchini si pregiano dei risultati così ottenuti (e se dici qualcosa passi pure per invidioso dei risultati altrui, quando magari nulla hai a che invidiare).

Vedere un lecchino, già frustrato di suo perché azzera ogni sua spinta di coscienza e critica, o perché quanto meno è costretto a vivere perennemente di luce riflessa essendo incapace di produrre luce propria, che non ottiene i risultati sperati è un evento tanto raro quanto generatore di una soddisfazione estrema in chi ottiene risultati lavorando sodo. Di solito i risultati altrui mi toccano relativamente, non condizionano più di tanto la mia vita. Ho lo spirito del maratoneta che vuole arrivare al termine della maratona: faccio la mia corsa e sprinto solo se so di poterlo fare e quando il fisico può farlo. Ma che bello vedere che una persona capace solo di essere lecchina non ce la fa ad ottenere i risultati sperati. Per esempio uno studente lecchino che non supera l’esame rimane ancora più frustrato, specie se poi una persona con cui si mette in competizione ce la fa senza aiuto alcuno, così come un dipendente che spera in una promozione o in un aumento di stipendio che passa anni a fare il lecchino senza risultato rimarrà indelebilmente frustrato.

Ma anche quando ci si trova dinanzi a lecchini che si fanno strada, perché alcuni ce la fanno, occorre sempre mantenere la calma, una certa distanza ed una certa eleganza. Dinanzi a certe contingenze della vita, la rabbia è solo dannosa, e serve solo ad abbassarsi a livelli più bassi. Continuare a fare il proprio dovere è la migliore reazione. Ma quanto è difficile! Ma occorre lavorare, darsi da fare per mantenere la propria integrità. Portare avanti una vita lavorativa e non che segue parametri di eticità e di onestà comporta maggiore fatica, talvolta minori risultati, magari la profonda rabbia, fin quasi a sfociare nel travaso di bile, per quei traffichini lecchini da strapazzo paragonabili ad untori di peste bubbonica.

Profondamente diverso, poi, è saper vendere bene ciò che si sa fare o ciò che si ha. Anche questa è un’arte che va coltivata, esercitata e che è da apprezzare ed ammirare nelle persone che saprebbero vendere ghiaccio agli eschimesi e stufe nel deserto.

10 giu 2008

Prostituzione e sfruttamento della prostituzione: cosa veramente è contro la donna?

Periodicamente negli ultimi anni si parla di prostituzione e dei quartieri a luci rosse. Io credo che ognuno di noi possa disporre del proprio corpo come crede, senza però che sia consentito sminuirne la dignità. Ebbene il prostituirsi volontariamente e liberamente deve rientrare nella sfera privata di ognuno di noi, e deve essere confinato al rapporto tra due persone consenzienti le quali decidono di avere rapporti sessuali, uno paga e l’altro ci guadagna. Ovviamente chi non ha la voglia né la necessità di pagare per avere dei rapporti sessuali, magari anche perché lo ritiene immorale, allora non lo farà. Ma, essendo in un posto che si presume sia libero se c’è chi ritiene morale o preferibile pagare per avere prestazioni sessuali (pagando è inevitabilmente semplice) nulla dovrebbe ostare affinché ciò avvenga.

L’immoralità e l’illegalità non necessariamente coincidono nel nostro sistema penale ed è giusto che continuino a non coincidere. Ciò che occorre combattere non è la prostituzione in quanto immorale (tipico presupposto dei sistemi proibizionisti), ma lo sfruttamento della prostituzione, in quanto sfruttamento della persona, in quanto è qualcosa che non si differenzia dalla resa in schiavitù di un essere umano (cosa assolutamente trucida e barbara).

Prevedere che ognuno a casa propria fa ciò che vuole è ovvio, ma ciò che occorre disciplinare è, soprattutto l’aspetto sanitario e l’aspetto della libertà della prostituzione, evitando la schiavitù di persone maggiorenni e consenzienti. Quindi prevedere pene severissime per chi sfrutta e/o paga ragazze minorenni, per chi contravviene all’obbligo di controlli periodici di tutte le malattie sessualmente trasmissibili, e di conseguenza per chi si prostituisce essendo consapevole di avere malattie trasmissibili, oltre che ovviamente che per chi schiavizza le prostitute (presupposto tipico dei sistemi regolamentaristi). In alcuni Stati si concede regolare licenza di attività, in altri occorre solo segnalare residenza ed attività.

Un aspetto da non trascurare che deriva dal voler regolamentare il fenomeno prostituzione è quello dell’eventuale svalutazione della zona in cui ci sono le c.d. case chiuse. Certo la moralità delle persone può toccare punte di maggiore sensibilità ed intolleranza ed occorre certo tenerne conto. Prevedere i c.d. quartieri a luci rosse per ogni città, ha il vantaggio di concentrare il fenomeno solo in una zona, e chi è moralmente suscettibile è agevolato standone alla larga. Ovviamente lo Stato dovrebbe impegnarsi a creare questi quartieri in modo che non siano lande desolate prive di servizi con case che sembrano casermoni delle periferie più degradate, ma che abbiano un minimo di dignità anche se si voglia considerare queste zone come zone popolari e non come zone residenziali. Il rischio che si corre è proprio quello di creare zone di depressione e di isolamento. Inserire singoli posti in cui si può esercitare la prostituzione all’interno del contesto urbano ha il vantaggio di non deprimere una singola zona, magari dando spazio ad altri tipi di criminalità, ma magari ha lo svantaggio di urtare la sensibilità di alcune persone. Occorrerebbe, magari, disporre, in tali casi, alcune distanze obbligatorie dagli asili nido, solo per un esempio; magari prevedere che tali residenze non siano collocate su strade principali.

Credo che tale rimedio, disciplina della materia sotto il profilo sanitario e di tutela di chi si prostituisce liberamente, possa mettere in difficoltà tutta quella criminalità organizzata che sfrutta le prostitute come schiave, specialmente se si considera che molte sono disperate che vengono illegalmente in Italia pensando di avere una speranza di lavoro. Sotto il profilo della libertà della prostituzione due i metodi disponibili: o si proibisce il lenocinio, cioè il favoreggiamento della prostituzione, al fine di evitare che degeneri nello sfruttamento della prostituzione; oppure lo si regolamenta inserendo, per esempio, limiti temporali oppure limiti di lucro sul guadagno della prostituta, per cui chi gestisce più prostitute, per legge, non può chiedere più di un X %.

07 giu 2008

Oh mio Dio, come glielo dico!!

È bellissimo avere una persona con cui condividere interessi e piaceri della vita. Teoricamente quando si è fidanzati oltre all’affetto da parte di entrambi questo dovrebbe essere: cioè condividere interessi e avere dei punti in comune, ma non sempre è così. Può capitare, infatti, che durante una storia ci si renda conto che questa persona non sia adatta a te o non lo sia più, ma a volte la paura di rimanere da soli frena la nostra sincerità e non abbiamo il coraggio di lasciarla.

Conosco molte persone che secondo me vivono questo tipo di rapporto che è diventato un rapporto ormai basato solo sull’attrazione fisica, che non sarebbe male in sé, ma almeno non recitate la farsa dei perfetti fidanzati.

Lancio un appello alle persone in situazioni analoghe: la sincerità è la liberazione di ogni problema.

04 giu 2008

Il mondo “infantile” dei vicoli di Napoli, e quello multietnico dei carruggi di Genova.

Quando si è bambini ognuno di noi s’è creato un proprio mondo, per certi versi “parallelo” al mondo reale. Ad ognuno di noi, da bambini prima e da ragazzi poi, il mondo dove viviamo ci sembra assolutamente il migliore dei mondi (concetto che richiama al “Candide” di Voltaire). 

01 giu 2008

Legge Pecorella: inappellabilità delle sentenze di proscioglimento da parte del Pubblico Ministero

La legge Pecorella (legge n. 46 del 20 febbraio 2006 merita una prima premessa di carattere costituzionale: in Italia vige il principio della non colpevolezza fino a prova contraria. Ciò vuol dire che una sentenza di condanna, per esser tale, dev’essere emanata oltre ogni ragionevole dubbio, in quanto se vi fossero prove non univoche, in contrasto cioè, o che non determinino oltre ogni ragionevole dubbio la colpevolezza dell’imputato, il giudice deve assolvere. Avverso le sentenze si può proporre appello di merito (secondo grado di giudizio) e di legittimità (corte di Cassazione). 

Nel merito l’appello ha la funzione di fornire una nuova, e magari diversa, valutazione delle prove; la legittimità se la legge è stata applicata nel modo più corretto o meno.


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