11 mag 2013

Due parole sul femminicidio.

Femminicidio. Si sappia subito che io sono contrario in tutto e per tutto all'introduzione del femminicidio nel nostro codice penale. Non per maschilismo acuto, o perché consideri il fenomeno di scarsa rilevanza. 

La perdita della vita, indipendetemente da ogni altra considerazione, è una tragedia.

Innanzitutto va segnalato il fatto che questa parola è tanto in voga quanto è onestamente brutta ed intrinsecamente offensiva perché riduttiva. Si parla di femmina e non di donna. 


Secondariamente - e parliamo della mia contarietà vera e propria all'inserimento nel diritto penale nostrano di tale reato - si parla di “femminicidio” anche quando ci si riferisce ad un evento che non culmina con la morte della donna. A casa mia uno stupro è uno stupro, le lesioni personali sono lesioni personali e l'omicidio è omicidio. Quindi istituire una categoria di reati che mischia indistintamente fattispecie così eterogenee, a mio avviso, comporta solo una confusione enorme. 

Terzo, ed è il motivo più complesso ma anche il più importante: l'istituzione di questo reato è figlia solo del panico che si vuole creare e che si sta creando, come quando si vuole generare il panico sugli immigrati. Peraltro si pensa di istituire una categoria di reato per cui c'è già una punizione. L'omicidio è già sanzionato, difatti. Così come l'aggravante dei futili motivi. Così come le lesioni personali ed il tentato omicidio.

Per capire a fondo quest'aspetto, occorre riflettere su quale sia la causa del c.d. “femminicidio”. Dipende dal fatto che una separazione mal digerita dall'ex marito o dall'ex fidanzato, che mal sopportano che la propria donna, anzi la propria femmina, diventi da loro indipendente. E dipende dal fatto che questo fenomeno è considerato diffuso al punto tale da dover intervenire con strumenti legislativi appositi per contrastarlo.

Ma, al di là di quanto già detto, si condannerebbe una persona non per la gravità del gesto che ha compiuto, ma per il fatto che quel gesto è, o si percepisce, come diffuso. Cioè il ragionamento sottostante è: giacché ci sono centinaia di donne all'anno uccise, allora ti becchi un tot di anni in più di galera. Se le donne uccise fossero una trentina, non ci avremmo pensato ed avresti un “banale” processo per omicidio. Così passa l'idea che l'assassinio non è grave in sé, ma è grave a seconda del numero di omicidi commessi.


E - badate bene - sempre a voler analizzare le cause del “femminicidio”, occorre distinguere questa fattispecie, dall'aggravante di genere, su cui pure possiamo discutere seppur in altra sede. Il “femminicida” non uccide una donna perché donna, ma la uccide per quel leso sentimento animalesco di possesso. Uccide la donna che lo ha lasciato, non una qualsiasi. Non siamo in presenza di Jack lo Squartatore.

Il che è cosa diversa dal voler uccidere una donna perché donna, un ebreo o un cattolico perché fedeli della propria religione, o un gay perché gay.

E, beninteso, sicuramente il fenomeno del “femminicidio”è degno di indagine sociologica e degno di attenzione mediatica. Ma senza generare il panico, senza soluzioni legislative raffazzonate e ridondanti. Altrimenti il problema non sarà mai risolto.

2 commenti:

  1. I miei complimenti piu sentiti. Sono esattamente le mie stesse idee, che io non ho avuto la fortuna di esporre in un blog, la manipolazione mediatica è effettivamente in vero problema sociale che tende solo ad affossare un sistema che già di per se è decadente.

    RispondiElimina
  2. Questo tuo commento mi fa estremamente piacere. Trattare di questi temi delicati a volte comporta il rischio di essere fraintesi.

    RispondiElimina

Pubblicherò tutti i commenti che non insultino me o altri, nemmeno se le persone che insultate mi stanno antipatiche.

Piuttosto se volete la mia eterna riconoscenza .... condividete, please.

Backlinks su Pensare è gratis.

StatsCrop