07 lug 2013

La crisi in Croazia...

Quello che probabilmente conoscete della Croazia è il suo aspetto turistico. La vetrina. Anche perché, anche a detta del premier croato, Ivo Josipovic “...in alcuni campi, come il turismo ad esempio, siamo messi molto bene, non andiamo male in tutti i settori”. Quello che noi non riusciamo correttamente a fare, in pratica.



C'è chi ritiene che la Croazia è stata il primo paese a subire gli effetti della “lezione” derivante dall'entrata di Romania e Bulgaria (che ancora non soddisfano appieno i requisiti UE) e di Cipro (che non ha pieno controllo sul proprio territorio). È stata sottoposta a criteri di adesione molto più rigidi, ragion per cui il suo processo di adesione è durato diversi anni. Ad essere più rigidi, alcuni paesi membri dell’Ue forse non vi sarebbero mai entrati. 

Ma la situazione potrebbe essere molto diversa da quella prospettata, per certi versi ottimisticamente, da alcuni autori: quello che forse non sapete è che la Croazia è in recessione dal 2009, come spiega Luca Veronese, il tasso di disoccupazione è al 21% e al 40% tra i giovani. Ma il rapporto finale dell'UE dice che è tutto ok. Anche se Suddeutsche Zeitung si mostra decisamente perplessa: i rapporti dell’Fmi, della Banca mondiale, di Transparency Interantional e delle Nazioni unite indicherebbero una situazione molto più problematica che renderebbero inammissibile l'entrata della Croazia nell'UE.

Al punto che, appena entrati, già i croati rischiano una procedura di infrazione per deficit eccessivo. Penso che le parole del ministro delle Finanze, Slavko Linic, siano sintomatiche e chiare:
«Sono certo che riusciremo a portare il deficit sotto il 3% del Pil entro il 2016 ma avremo bisogno di alcuni anni in più per risolvere i nostri problemi strutturali, in particolare per riformare il sistema delle pensioni e ridurre il debito pubblico. Per rispettare tutti i criteri di Maastricht serviranno altri quattro-cinque anni, solo allora potremo pensare all'euro e alla possibilità di entrare anche nella moneta unica».

La speranza è che in Europa si attirino maggiori investitori intrnazionali che, fiduciosi, spendano. A meno che non intendano andare ad investire dove possono ottenere sconti su manodopera e tasse che in UE non otterrebbero tanto facilmente.

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