21 dic 2008

Questione morale. È questione di fatti.

La questione morale che tanto ha imperversato nei giorni scorsi è una questione ridicola se non ributtante, non tanto per la problematica in sé e per sé, ma per i soggetti che l’hanno proposta.

Intanto chi parla da anni e periodicamente di questione morale (e mi riferisco sia al PD che al PDL) non ha avuto il coraggio di presentare liste scevre di pregiudicati in Parlamento. Solo Di Pietro (IdV) fa eccezione. Così il Presidente del Consiglio non potrebbe essere eletto, perché detentore di una concessione dello Stato di rilevante entità economica.

A Napoli alcuni assessori sono agli arresti, altri sono indagati (e ad onor del vero è indagato anche Bocchino che della Jervolino fu lo sfidante per il posto di sindaco alle ultime elezioni). La Jervolino sostiene di non saper nulla, e per dovere di cronaca mi risulta che nulla penda a suo carico; ma credo che lo smacco politico sia forte e debba indurla a porsi più di una domanda su chi a scelto come assessori; a chiedersi come mai lei non sapesse nulla delle presunte irregolarità dei propri assessori e a chiedersi come mai proprio alcuni esponenti del suo stesso partito (vedi per esempio Cacciari) le dicano di andarsene.

Non dimentichiamoci di Villari (che il PD ha espulso) e di tutta la questione della Commissione di Vigilanza RAI, ora spedita nel dimenticatoio. Un attaccamento alla poltrona degno dei peggiori politicanti.

Nel frattempo Veltroni apre il dibattito, promette che discuteranno della questione morale e del rinnovamento (come hanno già fatto?); Berlusconi, dal canto suo, per garantire la “legalità” vuole restringere le possibilità di utilizzo delle intercettazioni e sembra che la questione morale non lo riguardi. Ma finché non vi saranno atteggiamenti concreti e mirati a risolvere la questione morale (ed uno di questo sarebbe proprio candidare al Governo e in Parlamento persone al di là di ogni sospetto) la nostra classe politica farà prevalentemente chiacchiere, per di più inutili.

26 nov 2008

La via Crucis per la scomparsa dei crocifissi.

Il tribunale amministrativo di Valladolid ha, meritoriamente, sancito che nella regione non vi fossero simboli religiosi negli spazi pubblici (nel caso di specie una scuola). Il tema presenta svariati aspetti che meritano tutti attenzione, e con la premessa che in nessun caso è giustificabile l'intolleranza religiosa, come nessun'altra sorta di discriminazione ingiustificata e violenta, e che questo non vuole essere un modo per denigrare la religione cattolica, così come nessun'altra religione.

Il principio di laicità dello stato in teoria.
In Italia, come in Spagna e in tutto il mondo occidentale, Stato e Religione sono due aspetti distinti e separati. Così come morale e diritto. Una sentenza simile sarebbe accettabile in Italia? Molto probabilmente sì. In Italia, lo Stato è per costituzione laico e quindi aconfessionale: non impone, cioè, l’identificazione con alcuna religione (per contro non può imporre neppure l’astensione dall’identificazione con alcuna religione). In sostanza ognuno di noi è legittimamente libero di poter esprimere, qualora lo desiderasse, la propria religiosità, in pubblico o in privato, senza subire discriminazione né limitazione alcuna, con l’unica eccezione (limitazione) relativa al buon costume.

Il principio di laicità dello stato in pratica.
Laicità/aconfessionalità/libertà di culto dovrebbero tradursi in neutralità dello Stato nei confronti delle scelte religiose dei singoli. Vuole intendersi che, quindi, per lo Stato non è - non dovrebbe essere - rilevante la religione del singolo in ogni piega del proprio operato. Il Papa è persona sacra ed inviolabile, a differenza degli altri capi di Stato e di Governo (e il Papa è anche capo dello Stato del Vaticano). In Italia, Stato laico, per mezzo secolo ha governato un partito denominato democrazia cristiana (!!!), mentre in ambito europeo si parla di Partito Popolare.

Libertà di manifestare pubblicamente la propria fede e le radici cristiane.
Quanto finora detto non vuol negare l'esistenza di un legame, territoriale e storico, con la chiesa cattolica, nè vuole affermare che sia vergognoso. Il legame storico, tuttavia, non dev’essere un alibi per acconsentire alla violazione dei principi comuni, o ad una disciplina incoerente degli stessi. Ognuno rimane fedele della religione che crede, ma in ambito statale occorre operare nell’interesse di tutta la comunità anche se non fedele. E in una comunità che si riconosce in una costituzione che prevede uno Stato laico, occorre che, ancorché si sia cattolici, si governi lo Stato evitando di imporre, per certi versi, la propria morale religiosa. Chi è cattolico, per esempio, non divorzierà anche se è consentito dalla legge, perché va contro la propria morale religiosa, ma deve far sì che chi non è credente possa divorziare e deve far sempre in modo che, sotto il profilo del diritto, la disciplina sia la migliore possibile.

Ciò che andrebbe affermato con convinzione è che la manifestazione eventuale, anche pubblica, della propria fede, ancorché legittima, resta qualcosa di maggiormente connesso alla persona, rispetto che al Governo dello Stato ed alle sue esplicazioni. In quanto tale dev’essere libera senza dubbio, ma separata dalla vita dello Stato.

Insegnamento della religione.
L’insegnamento della religione, indipendentemente se effettuata da preti o da laici, dovrebbe essere finalizzata alla formazione della cultura religiosa dell'alunno, non all’insegnamento esclusivo della religione cattolica; esattamente come dovrebbe essere l’educazione civica (meglio ancora sarebbe insegnare a tutti gli studenti almeno i rudimenti di diritto). Ho avuto, peraltro, la fortuna di conoscere un prete, mio insegnante di religione in quarto ginnasio, che insegnava non solo le fondamenta della religione cattolica, ma anche quella delle altre religioni. La scuola deve fornire cultura anche religiosa, non inculcare nelle menti questa o quella religione.

Il crocifisso a scuola o nei tribunali limita la libertà di religione? Vanno tolti dalle scuole e dagli edifici pubblici come ha stabilito in Spagna il tribunale di Valladolid? Può, qualcuno, legittimamente sentirsi offeso dal crocifisso?
In generale, finché nessuno è costretto a praticare una determinata religione e non un’altra (o anche finché nessuno è costretto ad essere ateo), non deriva una vera e propria limitazione/costrizione dalla presenza del crocifisso in aula scolastica o di tribunale. Così come non ci si può sentire offesi o limitati dalla presenza di un simbolo religioso, giacché questo non sarebbe dimostrazione di tolleranza, ed andrebbe contro quella libertà di manifestare la propria religione anche pubblicamente.

L’unico motivo per cui ritengo che sia più che legittimo evitare la presenza di simbolismi religiosi nelle aule scolastiche è la suddetta neutralità dello stato nei confronti di tutte le religioni (che con pochi esempi abbiamo visto quasi non esserci nella pratica). Il fatto che nella scuola pubblica vi siano i crocifissi non dovrebbe offendere nessuno, ma è incoerente con i principi laici dello Stato italiano.

Ma la pura, semplice e soprattutto la sola affermazione di principio non serve a molto. Stabilire che i crocifissi non vanno esposti in scuole o tribunali non ha molto senso se poi lo Stato rimane neutrale anche nell’insegnamento di tutti i valori di tutte le principali religioni. Così come non occorre discriminare, temere o sentirsi offesi dai simboli, il miglior modo per cominciare a non aver paura di chi non ha la nostra stessa religione (manifestandola a volte con modi e simboli diversi) è studiarla e comprenderla da ragazzi. Inutile dire che questa è utopia finché vi sarà qualcuno che chiede le classi separate per gli extracomunitari, in barba ad ogni principio integrativo, tollerante e multietnico.

21 nov 2008

Commissione di vigilanza RAI

La questione della presidenza della Commissione Parlamentare di Vigilanza della RAI è un chiaro segnale della decadenza partitica attuale. Da un lato non si ha la furbizia nemmeno di dare l’impressione di rispettare le consuetudini parlamentari, dall’altro il Partito Democratico sembra perennemente scoprire da zero come si comporta Berlusconi e come si comportano i democristiani, e sembra che di volta in volta ci ricaschi. Irriguardoso nei confronti dell’opposizione è stato Berlusconi a non rispettare la consuetudine parlamentare di votare un candidato alla presidenza scelto dai primi (Leoluca Orlando).

Ingenuo è stato il Partito Democratico nel fossilizzarsi su un singolo nome, ricordandosi di trattare solo dopo che la maggioranza avesse eletto come Presidente il senatore Villari (democristiano del PD). Non so quanto sia proficuo adesso inseguire Berlusconi con il nome, pur prestigioso, di Zavoli. Mi chiedo come mai non ci si potesse arrivare in precedenza evitando queste scene patetiche con Villari che non ha la seppur minima intenzione di andarsene da quella poltrona, a costo di smentire se stesso. Difatti in precedenza, sottovalutando forse le possibilità di accordo bipartisan e forte di una elezione comunque da considerarsi valida seppur in parziale spregio delle consuetudini, Villari aveva sostenuto di volersi far da parte allorquando si fosse trovato un nome condiviso. Spunta dal nulla, si fa per dire, Sergio Zavoli. Nome condiviso: Villari improvvisamente si ricorda di essere democristiano, e la vecchia regola aurea. I democristiani non si dimettono mai. Cosa sfuggita ai più nonostante che per cinquant'anni la DC ha governato in Italia.

Ora come ora, quindi, ci troviamo con una Commissione di Vigilanza RAI che per 5 mesi e più non ha avuto un presidente. Ora il presidente c’è, ma questa problematica certo non consente certo di sbloccare la situazione.

Non vorrei essere pedante e noioso, ma nel frattempo, a quanto pare, ci sono argomenti più importanti da trattare e certo se la classe politica non sa scegliere in tempi brevi un presidente della Commissione Parlamentare di Vigilanza della RAI ciò comporta delle due l'una: o è reale incapacità (fatto anche abbastanza grave); oppure non sanno come e a chi dare le poltrone (fatto ancor più grave se è possibile). Comunque sia, sarebbe il caso che tutti i soggetti in campo avessero l'opportunità istituzionale di darsi una mossa, per dirla in gergo politico, e di dedicarsi in tempi brevi a cose ben più importanti.

9 nov 2008

È tutta una questione di stile.

Ad ognuno di noi può esser capitato di fare una gaffe, di dire qualcosa di inopportuno, o di pronunciare parole di cui poi ci si deve scusare. Lo stesso Obama ha fatto una mezza gaffe, ma forse su un tema meno grave. Stando ai si dice, Nancy Regan utilizzerebbe le sedute spiritiche per consultare gli ex presidenti USA deceduti. Ebbene Obama, dopo aver detto di aver consultato i presidenti viventi, sottolineando il termine con la voce, ha detto: «non voglio dare l’impressione di un momento alla Nancy Regan con sedute spiritiche».

Non si sottovaluti che tra le frasi inopportune, quelle relative al colore della pelle storicamente suscitano sempre qualche turbolenza in più tra persone che sono più «rigide» e, quindi, sarebbe bene che un presidente del Consiglio non si lasciasse andare a simili «carinerie» se non vuol dare di sé un risalto mondiale in parte negativo. Sarebbe, poi, il caso che si sia (in primis l’opposizione) meno rigidi su queste cose: possibile che in Italia non si abbia altro da fare che sottolineare le battute, per quanto inopportune, di Berlusconi? Evidentemente, per dirla con Veltroni, ci si occupa di ciò che Berlusconi dice ma anche di quello che fa.

Onore ad Obama, infine, che ha aspettato molto poco, e senza definire imbecilli/coglioni chi possa essersi scandalizzato o chi possa aver obiettato circa la battuta inopportuna. Capita che si voglia essere simpatici o che si intenda scherzare, ma che si dia l’impressione opposta. Non è che di Berlusconi mi infastidisca tanto il fatto che possa fare «carinerie» analoghe, né, personalmente, che si possa ironizzare senza cattiveria sul colore della pelle di una persona, anche se son cose forse anche evitabili. Mi infastidisce che invece di scusarsi pubblicamente se c’è qualcuno che s’è scandalizzato, il buon Silvio rincara la dose e li offende.

Spero in un po' di buon senso: ci si scandalizzi e ci si soffermi per le serie discriminazioni razziali ancora presenti, non ci si soffermi su queste, su queste cose piccole.

7 nov 2008

Il punto della settimana: da Licio Gelli a Barack Obama, passando per la Gelmini.

In principio era Licio Gelli ex capo della disciolta (illegale) loggia massonica P2. E giù tutti a gridare allo scandalo che tornasse in televisione, che dicesse che l’unico in grado di poter applicare le sue idee fosse Berlusconi. E nessuno a ricordare la vicenda processuale relativa all’appartenenza o meno di Berlusconi alla P2. E giustamente Berlusconi, invece di prendere le distanze che fa? Trova più di buon gusto ironizzare su Obama "abbronzato". Occorrerebbe spiegare che se a fare una battuta inopportuna (perché è questo, e non una "carineria") è una "persona normale" si può sorvolare; se la fa il premier di uno Stato si fa una figura barbina mondiale. Anche perché Berlusconi queste cose non le racconta davanti al caminetto ad Arcore, ma, siccome è un furbacchione, le dice ai giornalisti.

Nessuno, poi, a dire che la riforma Gelmini, invece di tagliare i fondi alle scuole ed inserire cambi quanto meno opinabili alle elementari, dovrebbe obbligare i professori delle superiori ad organizzare i programmi in modo tale che i ragazzi dell’ultimo anno si spremano le meningi sul -900 e sui cambiamenti epocali che ora come ora sono patrimonio esclusivamente di chi li ha vissuti.

Concluderei, riallacciandomi all'elezione di Barack Obama, con lo stupore della stampa italiana per il primo presidente americano di colore: ciò che dovrebbe essere una cosa normale, all’atto pratico vien fatta passare come una cosa straordinaria. Sicuramente è un gran passo in avanti, rispetto a quando, proprio in America, le persone di colore erano schiavizzate; sicuramente è un fatto che va ricordato, ma non ci vedo nulla di strano o di straordinario. Il prossimo passo per l'umanità, auspicabilmente realizzabile in tempi brevi, giacché dovrebbe essere già sensazione condivisa, è il non meravigliarsi per le cose normali (leggi: una persona di colore presidente USA).

26 ott 2008

Senza parole, ma con violenza.

Introduzione
Il 31 agosto scorso (1° giornata di campionato di calcio) vi furono incidenti alla stazione per la partita Roma - Napoli. E giù a dire il peggio del peggio dei napoletani. Avevano distrutto un treno con non so quante centinaia di migliaia di euro di danni (cifra poi ridimensionata). Poi abbiamo giustamente pensato che dare la colpa ai napoletani era riduttivo, e giacché sia in Italia che nei rapporti all'estero non abbiamo problemi, abbiamo pensato di andare a bruciare una bandiera di uno stato estero in quello stesso stato. E mi riferisco agli incidenti a Sofia in occasione della partita della Nazionale.

Purtroppo di questi eventi ci si ricorda solo quando accadono e difficilmente dopo, si fanno le leggi sull'onda dell'emergenza e, quindi, in tutta fretta e scritte male. Poi magari l'emergenza, fisiologicamente, passa o diminuisce e si è persa un'altra occasione per agire in modo strutturale e completo fino alla successiva emergenza che, proprio perché non si è agiti in modo completo, si ripresenta in modo diversificato quando non in modo più violento. Il tema va, secondo me approfondito sotto vari punti di vista.

1. Eccessivo lassismo e confusione terminologica.
Ogni qualvolta che si verificano eventi violenti o razzisti negli stadi, si utilizzano frasi finalizzate a sminuire quanto è successo: Purtroppo sono alcuni deficienti che non sono tifosi; oppure La maggior parte dei tifosi non sono violenti; ma anche Pochi imbecilli non devono rovinarci. In realtà il tifoso sostiene od esalta una squadra od un atleta. Non credo che tale accezione possa essere smentita da alcuno, né mi pare che tale accezione comprenda la violenza o il razzismo. In genere chi usa violenza, di qualunque stampo essa sia, o il razzismo è punito penalmente: quindi è un CRIMINALE, un RAZZISTA, insomma un essere di cui non si sente per nulla il bisogno. Ma non è un tifoso. Al più potrebbero essere considerati teppisti o vandali, che certo non sono persone che amano la discussione pacifica e pacata. Ma dei vandali o dei teppisti comunque non se ne sente il bisogno. E ben venga lo sfottò o lo scherzo goliardico, ma anche qui siamo in un territorio molto diverso dalla violenza.

2. Misure adeguate finalizzate a combattere la violenza negli stadi.
Il numero di persone ha un’influenza relativa sulla violenza negli stadi, non assoluta: se 100.000 persone sono in uno stesso stadio è più probabile incontrare persone violente rispetto ad uno stadio che ne contiene 1.000. Ma questo discorso è fattibile in relazione a qualunque luogo. Allora è giusto ridurre la capienza degli stadi? No, assolutamente, perché significherebbe ammettere di non essere in grado di controllare il fenomeno. Se, da un lato è statisticamente più probabile che, più è capiente uno stadio, più possono entrare persone violente; d’altro canto il modo migliore per contrastare il fenomeno è la selezione di chi entra. Come avviene nelle discoteche. Senza contare, poi, che sempre più spesso la violenza avviene anche al di fuori degli stadi o negli autogrill.

§ Biglietto nominale e controllo: appunto parlavamo di selezione. Il biglietto nominale consente, da un lato, la prevenzione (concedendo, per esempio, il biglietto solo a chi non si è mai reso colpevole di atti violenti/vandalici/razzisti in campo e fuori) e repressivo (nel caso qualcuno filtrasse comunque ad un determinato posto corrisponde un determinato nominativo). Ma come apparso a settembre 2007 sul Corriere della Sera è possibile aggirare i controlli (anche perché capita che non ce ne siano). La legge occorre farla bene: a ritirare il biglietto nominale dovrebbe essere personalmente il titolare del biglietto munita di documento, o da persona munita di delega e di documento del delegante e proprio. In tal caso verrebbe annotato che il biglietto è stato ritirato da una terza persona munita di delega. Arrivati al prefiltraggio dovrebbe essere obbligatorio presentarsi con documento d’identità valido e biglietto nominale e si deve accettare il passaggio al metal detector. Altrimenti si torna a casa. Ma ovviamente è fondamentale controllare e completare l'opera. Altrimenti è tutto inutile.

§ Proprietà degli stadi da parte delle società calcistiche: è piuttosto ovvio che i privati hanno interesse a non dover riparare le devastazioni dei vandali; hanno interesse che la loro immagine non sia danneggiata (vedi sopra come sminuiscono gli incidenti: in questi casi le società sono responsabili per responsabilità oggettiva) e ciò in misura maggiore rispetto allo Stato. È piuttosto ovvio che, ne consegue, sarebbe un investimento più che conveniente, per le società, avere uno stadio magari con 100.000 persone, ma sul quale, alla fine, possono investire in sicurezza, in negozi, in ristoranti. Un profitto a vantaggio diretto delle società, perché dagli investimenti effettuati avranno un ritorno economico e di immagine; ed anche per lo stato, perché le società pagano le tasse in relazione ai guadagni. Senza contare che lo Stato risparmierà non poco evitando di pagare le forze dell’ordine che, occorre dirlo, con mirabile sprezzo del pericolo, mettono a repentaglio la loro vita per il proprio dovere. In tal caso le società avrebbero anche tutto l’interesse ad attrezzare gli stadi in modo tale che siano confortevoli, coperti, sicuri (nel senso anche che ai controlli non si può sfuggire).

§ Chiusura degli stadi non a norma: sarebbe un provvedimento saggio se gli stadi fossero di proprietà delle società calcistiche. Il fatto è che gli stadi sono di proprietà dello Stato e dati in gestione alle società. Le quali hanno dei vantaggi economici limitati, e subiscono le limitazioni, che sarebbero anche giuste, ma senza poter avere quel margine d'azione necessario per fronteggiare la violenza.

§ Responsabilità oggettiva delle società calcistiche: le regole dell'ordinamento sportivo prevedono che la condotta di un tesserato (giocatore o dirigente) può coinvolgere per responsabilità oggettiva la società. Si parla di responsabilità oggettiva in contrasto a quella soggettiva (come la responsabilità penale). Un po' come i genitori che rispondono, almeno civilmente, per il comportamento dei figli minorenni. Purtroppo l'ordinamento sportivo estende questo tipo di responsabilità anche al comportamento dei tifosi, ma senza che la società abbia i mezzi e gli strumenti dello Stato. Quindi, ho lo Stato dà alle società queste possibilità (proprietà degli stadi=maggiori introiti/investimenti che rientrano) oppure lo Stato interviene con mezzi propri, ma non sanziona le società. Se da domani i genitori non fossero responsabili solo per i figli minorenni, ma anche per tutti i loro compagni di scuola, sarebbe un po' problematico tenere tutti sotto controllo.

3. Conclusioni.
Concludendo la strada intrapresa è la strada giusta, ma l'opera non è completa. I due passi necessari sono: agevolare la proprietà esclusiva degli stadi da parte delle squadre, che saranno responsabili con diverse sanzioni dei danni provocati all'interno dello stadio: anche se è proprietà privata, lo Stato mantiene la tutela dell'ordine pubblico e se le società non hanno sistemi di sicurezza tali, per cui la conseguenza è che si chiama la Polizia è giusto che vi siano conseguenze. Secondo passo: gli agenti che non dovranno presidiare gli stadi, perchè è compito delle società sportive, potranno pattugliare le strade d'accesso agli stadi in modo da garantire la sicurezza in modo territorialmente più esteso.
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